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7 marzo 2017 2 07 /03 /marzo /2017 00:02

 

PREGHIERA A SANTA TERESA MARGHERITA

 

O angelica giovinetta, Santa Teresa Margherita del Sacro Cuore di Gesù, che nella vostra breve vita qual candido giglio olezzaste di amore, di tenerezza e di sacrificio per il gran Cuore trafitto di Gesù, e che a una tale scuola di santità e di eroismo apprendeste a mirabilmente unire alla più tenera età la più matura perfezione, meritandovi nel più bel fiore degli anni di passare, secondo il vostro ardente desiderio, dall'esilio alla patria, deh! volgete ora uno sguardo amorevole su noi che, sebbene Indegni, confidiamo nella vostra intercessione. Per i tanti doni con cui Dio vi esaltò qui In terra, e per cui ora si compiace della vostra anima in cielo, impetrateci un vivo dolore dei nostri peccati, un vero orrore per essi, simile a quello che vi fece più volte tramortire. Siate voi l'Avvocata e la Protettrice di tutta la nostra vita, ma specialmente assisteteci nel punto estremo della nostra morte. Impetrateci la grazia che ora particolarmente vi chiediamo e confidiamo d'ottenere, e soprattutto quella che, a somiglianza vostra, ci accendiamo di un amore tenerissimo per il Cuore adorabile di Gesù e per la celeste Madre Maria. Cosi sia.

 

 

 

VITA DELLA SANTA

 

Nel tempo in cui Anna Maria si disponeva a lasciare il monastero, il Signore le preparò in modo meraviglioso la vocazione al Carmelo. Un giorno di settembre 1763 ricevette una visita da una sua amica d'infanzia. Mentre tranquilla se ne ritornava nella sua cameretta, sentì risuonarle all'orecchio e più ancora nel cuore una voce che diceva: "Io sono Teresa di Gesù. Ti voglio tra le mie figlie". Una forza misteriosa la spinse irresistibilmente in cappella. Davanti a Gesù sacramentato udì la stessa voce ripeterle: "Io sono Teresa di Gesù e ti dico che sarai tra poco nel mio monastero". Quando fu ricondotta nella casa paterna, nulla di straordinario apparve nel suo modo di vivere. Fu sempre fedele alle pratiche di pietà, soave nei modi, caritatevole con tutti e desiderosa di sacrificio. Al secolo si chiamava Anna Maria Redi ed era nipote del poeta-naturalista Francesco, scopritore dell'acaro della scabbia, la più giovane santa del Carmelo teresiano. Nacque ad Arezzo il 15-7-1747 nel severo palazzo di suo padre Ignazio e della nobile sua madre senese, Camilla Ballati. L'infanzia di Anna Maria brillò d'incantevoli splendori. Ella stessa più tardi scriverà: "Gesù sa bene che, fin da piccolina, non ebbi altro desiderio che quello di piacergli e di divenire una santa". Nella semplicità dell'animo suo candidissimo sentì possente il linguaggio delle creature, motivo per cui non ancora settenne, chiedeva ai pii genitori: "Chi è Dio? Dov'è questo Dio grande? Che devo fare per piacergli?". La serenità del suo cuore non fu mai alterata, neppure nelle miserie proprie dell'infanzia. Diceva infatti: "Possibile che un Dio così buono sia offeso?".
A nove anni Anna Maria fu collocata nel monastero delle Benedettine di Sant'Apollonia in Firenze affinchè vi ricevesse un'educazione conveniente alla sua condizione sociale. Sentì il distacco dalla famiglia, ma si applicò ugualmente modesta e tranquilla ai suoi doveri. Allegra nelle ricreazioni, non perdette mai di vista l'ospite divino, sotto il cui tetto viveva. Talora con le compagne usciva in quest'espressione: "Mentre noi ci divertiamo, Gesù pensa a noi". Ammessa alla prima Comunione, fu arricchita di altissime cognizioni da Colui che si pasce tra i gigli e dotata di un istintivo orrore per ogni colpa e difetto. Una volta passò la notte in lacrime perché temeva di avere commesso un peccato veniale. Non ritrovò la pace se non quando il confessore la rassicurò essere la sua una infondata apprensione.
 Anna Maria fu devotissima della Madonna. Un giorno mentre scendeva le scale, tenendo nelle mani uno scaldino pieno di carboni ardenti, scivolò. Conscia del pericolo, invocò ad alta voce la SS. Vergine. Senza sapere come, si trovò in piedi sana e salva in fondo alle scale. Preposta alle sue compagne come quella che ne doveva avere cura materiale, le trasse tutte dietro di sé nella pratica delle virtù.
 Nel tempo in cui Anna Maria si disponeva a lasciare il monastero, il Signore le preparò in modo meraviglioso la vocazione al Carmelo. Un giorno di settembre 1763 ricevette una visita da una sua amica d'infanzia. Mentre tranquilla se ne ritornava nella sua cameretta, sentì risuonarle all'orecchio e più ancora nel cuore una voce che diceva: "Io sono Teresa di Gesù. Ti voglio tra le mie figlie". Una forza misteriosa la spinse irresistibilmente in cappella. Davanti a Gesù sacramentato udì la stessa voce ripeterle: "Io sono Teresa di Gesù e ti dico che sarai tra poco nel mio monastero".
 Quando fu ricondotta nella casa paterna, nulla di straordinario apparve nel suo modo di vivere. Fu sempre fedele alle pratiche di pietà, soave nei modi, caritatevole con tutti e desiderosa di sacrificio. Soltanto al compiere i diciassette anni svelò il segreto dell'animo suo ai genitori. Dopo non poche prove superate con invitta fortezza, andò con il padre in pellegrinaggio alla Verna, dove si accese maggiormente del desiderio di emulare le penitenze del Poverello d'Assisi. Il 1-9-1764 fu ammessa alle prove della religione nel monastero delle Carmelitane Scalze di Firenze. La prontezza di lei al coro, la custodia del silenzio e del ritiro, l'abituale raccoglimento, la carità nei rapporti scambievoli destarono subito ammirazione nelle ferventi religiose. Eppure, inabissata in un sentimento di profonda umiltà, Anna Maria non vide in sé che demeriti e si reputò indegna di vivere in quella "casa di angeli".
 Un grosso tumore le si formò sopra un ginocchio. Temendo che la sua infermità le impedisse la vestizione dell'abito religioso, cercò di dissimularla, col soffrire in silenzio. Ma il pallore del volto e gli acuti spasimi la obbligarono a manifestare il suo male. Ricondotta in famiglia, conforme all'uso del tempo, si sottopose ad una operazione chirurgica, soltanto sollecita della riservatezza verginale. Sotto l'azione del ferro le sfuggì un lamento ed ella ne domandò perdono come di una colpa. Il 10-3-1765, accompagnata dal padre, seguita dai nobili fiorentini con cui era imparentata, varcò le soglie del Carmelo stringendo tra le mani il crocifisso, mentre il pallore del volto rivelava lo schianto del suo cuore nel separarsi per sempre dall'amato genitore. Il giorno dopo Anna Maria con la veste bruna e il candido mantello del Carmelo ricevette il nuovo nome, da lei tanto desiderato, di Suor Teresa Margherita del Sacro Cuore di Gesù.
 Durante il noviziato non le mancarono correzioni e rimbrotti dalla maestra Madre Teresa di Gesù, sorella del cardinale Guadagni, OCD, ma la fervente novizia li accolse con serenità e gaudio. Diceva al Signore: "Disponete di me come più vi aggrada, purché vi segua per la via del Calvario: quanto più la troverò spinosa e la vostra croce pesante, tanto più sarò contenta". Di nuovo si ammalò per un tumore al ginocchio. Temendo questa volta di vedere differita la sua professione religiosa, si rivolse a Maria Santissima, suo abituale rifugio e guarì senza rimedio umano. All'avvicinarsi del termine del noviziato, chiese di poter pronunciare i voti in qualità di conversa. La grazia non le fu concessa, ma nulla le impedì di scegliere per sé gli uffici più umili e abbietti. Meriterà così di diventare "la santa della vita nascosta". Durante il ritiro di preparazione alla professione, costatò che la tenerezza da lei portata al padre costituiva un ostacolo alla pienezza dell'olocausto e allora gli scrisse: "Padre mio, voglio distaccarmi da lei per essere tutta di Gesù". E gli spiegò come avrebbe dovuto essere questo distacco, destinato a rendere più intima la loro unione nel Cuore divino di Gesù. Suor Teresa Margherita pronunciò i suoi voti il 12-3-1766. Nello studio e nella meditazione assidua della Sacra Scrittura e della Liturgia, delle opere di Santa Teresa di Gesù e di San Giovanni della Croce, sentì accendersi nell'animo nuove brame di perfezione. Quasi rattristata perché non le mancava mai il necessario, desiderando di salire con la povertà fin sulla croce, diede la preferenza alle cose rifiutate dalle consorelle; si fece scrupolo per una immagine di più nel breviario; amò i lavori manuali "per potere - diceva - guadagnarsi il pane". Al dire dei suoi direttori spirituali la virtù della castità fu in lei dono del cielo, non virtù acquisita. Come in famiglia, come nell'educandato, così nel monastero, volle vivere di ubbidienza. I superiori e i confessori dovettero essere cauti anche nel parlare di consigli, poiché essa si faceva scrupolo di metterli in pratica per ubbidienza.
 Nel monastero, Teresa Margherita dapprima fu data come aiuto alle infermiere, poi esercitò ella stessa tale ufficio. L'intima e sincera convinzione della propria inferiorità le infuse nell'animo vivo desiderio di servire tutte le consorelle e di sollevarle con carità nelle loro malattie. Dio premiò con prodigi la sua eroica dedizione. Un giorno vide nel refettorio una consorella sofferente per un terribile male di denti. Si levò di scatto dal suo posto, andò a baciarla sulla guancia enfiata e, al contatto delle sue labbra verginali, la suora rimase per sempre libera dalla prolungata infermità. Assistendo una consorella anziana, con straordinaria facilità ne udiva la debole voce anche in lontananza; e a sua volta la povera malata, affetta da totale sordità, udiva la voce dell'infermiera senza l'aiuto di alcuno strumento. Il suo eroismo rifulse ancora meglio nell'assistenza di una religiosa demente. Più volte nel disimpegno del suo ufficio venne a trovarsi in gravi cimenti, ma sempre ne trionfò mettendo in pratica un suo detto: "Se le azioni dei nostri prossimi avessero cento facce, noi dovremo sempre guardarle dalla migliore".
 Tanta virtù Teresa Margherita la traeva dall'eucaristia. Tutto ciò che aveva relazione con il Santissimo Sacramento, come preparare gli arredi sacri, fornire la lampada, scopare il coro, formava la sua delizia. Davanti al tabernacolo rimaneva genuflessa e immobile per lunghe ore. Nella sua povera cella, così di giorno come di notte, durante il disagiato riposo, si teneva volta verso l'altare. Passando davanti alla cappella, mai lasciava di prostrarsi davanti al tabernacolo in breve adorazione, mentre dal suo volto sfavillante traspariva la sua fede e il suo amore. I giorni nei quali poteva accostarsi alla sacra Mensa, il suo cuore era invaso da gaudio serafico. A compensarla dall'afflizione che provava nel non potersi comunicare quotidianamente, secondo la consuetudine del tempo, Dio le concesse di sentire esalare un "profumo di santità" nell'avvicinarsi alle consorelle che avevano fatto la comunione e di percepire uno squisito gusto e un soavissimo odore ogni qual volta riceveva l'Eucaristia.
 Avendo totalmente assimilato gl'insegnamenti di Santa Margherita M. Alacoque (+1690), la nostra carmelitana li visse in modo personale con l'imitazione dell'arcana vita dell'Anima e del Cuore di Cristo. Da qui ella salì alla ricerca dell'intimità con la SS. Trinità con un insieme di pratiche ascetiche e liturgiche coronate da profonde contemplazioni trinitarie. Negli esercizi spirituali del 1768 propose: "Sì, mio Dio, ad altro non voglio attendere che a divenire una perfetta copia di Voi e, poiché la vostra vita non fu che vita nascosta di umiliazione, di amore e di sacrificio, così ha da essere da qui innanzi la mia, poiché sapete che altro non bramo che di essere vittima del vostro santo Cuore". Non bastandole i rigori della regola carmelitana, con mille industrie ottenne dai superiori di poter pregare e mortificarsi di più. A contatto dei rozzi sandali i piedi le si gonfiavano; eppure, per tormentarsi maggiormente, ella vi metteva ancora dentro noccioli e piccoli sassi. Nell'inverno le sanguinavano le dita per le piaghe prodotte dai geloni fino a lasciarne traccia sulle pagine del breviario, eppure la sera pregava con le mani sotto le ginocchia. Talora il sonno l'assaliva nelle ore notturne del coro; per prevenirlo si poneva agli orecchi piccole tenaglie di ferro addentate. Per divina ispirazione si obbligò a non lasciare mai occasione che le si presentasse di patire e di patire tutto quello che poteva, sempre in silenzio fra sé e Dio. Per avere sempre presente la passione di Gesù, per il quale soltanto voleva "patire e tacere", tenne stretta al petto una croce lunga un palmo cosparsa di punte di ferro.
Vivere d'amore, di puro amore per il suo Diletto circondato di spine: ecco l'ideale di Teresa Margherita. Il suo Dio essa lo vedeva, lo trovava dovunque. Alla vista del cielo stellato, dei fiori, degli insetti del giardino, diventava quasi estatica; poi scioglieva la voce dolce e melodica a lodare il creatore; infine, trascinata dall'impeto del suo spirito, il suo canto diventava così acuto che le consorelle l'esortavano a moderarlo. Un giorno sentì ripetere in coro: "Dio è carità" e fu subito presa da così vivo ardore che andò in estasi per lungo tempo. Un giorno, però, i serafici ardori che le facevano pregustare le gioie del cielo, scomparvero d'un tratto. Dal profondo della sua desolazione ripeteva con S. Giovanni della Croce: "Ah, dove ti celasti, amato mio, me in gemiti lasciando?". E, trepidando, domandava al confessore : "Padre, mi salverò?". Durante quella notte oscura la fede e la speranza si affinarono così in lei da farla esclamare: "Se vedessi l'inferno aperto per me, continuerei tuttavia ad amare il Signore". Quando l'amorosa tribolazione cessò, Dio le rivelò l'ora della morte. L'attese raccolta nel divin Cuore, sempre bramosa di rimanere oscura anche alle stesse consorelle. Nulla faceva prevedere la fine tanto rapida di Teresa Margherita poiché, ricca di tutti i doni di natura e di grazia, godette sempre di ottima salute. La sera del 6-3-1770, mentre consumava da sola la sua modesta refezione di quaresima, ad un tratto fu assalita da atroci dolori colici. Si alzò e cercò lì vicino un rifugio, ma l'acutezza degli spasimi la fece cadere a terra. Prontamente soccorsa dalle consorelle, chiese con voce fioca che fossero recitati cinque Gloria Patri al Cuore di Gesù, dicendo di attribuire a Lui la grazia di non essere morta al primo assalto del male. Con la bocca appoggiata al crocifisso supplicò la superiora di non permettere che qualche consorella si disturbasse a vegliarla di notte e raccomandò all'infermiera la massima riservatezza nell'applicarle i necessari rimedi.
 Durante la notte il male si aggravò e l'infiammazione volvulosa produsse la cancrena. Nel pomeriggio del sette marzo un'improvvisa convulsione interna la lasciò semiviva, e alle ore 15, in età di ventidue anni, cinque dei quali passati al Carmelo, consumò placidamente il suo olocausto in unione alla Vittima divina che, in quella stessa ora, era spirata sulla croce. Pio XI la beatificò il 9-6-1929 e la canonizzò il 19-3-1934. Il suo corpo è conservato mummificato nel monastero delle Carmelitane di Firenze. Sac. Guido Pettinati SSP, I Santi canonizzati del giorno, vol. 3, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 92-98.

 

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Published by la strada per la felicità
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